A cura di Michele Turazza

Leon Goldensohn – I taccuini di Norimberga. Uno psichiatra a colloquio con i criminali nazisti

Neri Pozza, 2025, pp. 654, € 28

Edito da Neri Pozza e curato dallo storico Robert Gellately, “I taccuini di Norimberga” – opera di eccezionale valore storico e psicologico, capace di trascinare il lettore direttamente nei misteri delle menti dei vertici del Terzo Reich – raccoglie gli appunti inediti di Goldensohn, uno psichiatra militare ebreo americano che, tra il 1945 e il 1946, ebbe l’opportunità unica di intervistare quasi giornalmente i massimi gerarchi nazisti nelle loro celle con un distacco professionale esemplare, ma senza smettere di interrogarsi sulle motivazioni che hanno condotto al male del XX secolo. Dalla documentazione raccolta – che permette di osservare da vicino figure, tra le altre, come Göring, Hess, von Ribbentrop, Funk, Rosenberg – emerge un quadro inquietante della personalità dei criminali nazisti, svelando i meccanismi con cui i regimi totalitari producono consenso. Riscoperti dopo oltre cinquant’anni di oblio dal curatore dell’opera, i taccuini sono molto di più di uno sterile resoconto clinico: un viaggio profondo nel peso della colpa e nella negazione delle responsabilità, quasi mai riconosciute come proprie ma addossate agli altri, a chi non poteva più controbattere o a coloro che avevano impartito gli ordini, in nome di una diabolica e asettica catena di comando.

Leon Goldensohn (1911-1961) entrò nello staff medico a Norimberga a un mese e mezzo dall’inizio dei lavori, e si occupò della salute mentale degli imputati; la sua morte improvvisa, a cinquant’anni, gli impedì di scrivere un libro sulla sua esperienza.

 

Maurizio Viroli (in dialogo con Roberto Bertoni) – Consumare Obbedire Tacere

Castelvecchi, 2025, pp. 148, € 17,50

“Pier Paolo Pasolini – ricorda Maurizio Viroli nelle ultime righe del volume – sostiene che stiamo andando verso una nuova preistoria”. Sono pagine di un lucido, ma non rassegnato, pessimismo quelle che l’Autore di “Consumare Obbedire Tacere”, professore emerito all’Università di Princeton, consegna ai lettori, condensando anni di ricerche, studio e passione civile in un’analisi attualissima del tempo presente. Strumento per esercitare il pensiero critico in un’epoca segnata dall’omologazione più sfrenata verso modelli di consumo che riducono i cittadini in sudditi, Viroli mette in guardia anche contro i nuovi fascismi i quali, pur non presentandosi nelle stesse forme del passato, sono assai insidiosi e pericolosi, grazie alla loro forza manipolatrice, amplificata dalle nuove tecnologie. Una parte del lavoro è dedicato ai processi di aziendalizzazione dei principali diritti sociali e al conseguente mutamento del linguaggio, appiattito su termini quali “crediti”, “utile”, “consumo”, in un circolo vizioso che, nonostante l’oscurantismo dell’oggi, non deve comunque farci abbandonare alla passività e al conformismo: ogni cittadino è responsabile verso la collettività, in “Un dialogo che è […anche] sforzo di resistenza civile”: un invito a riscoprire, con l’aiuto dei classici, come Machiavelli, Croce, Mazzini e Pasolini, “lo spirito repubblicano, a combattere contro l’apatia e l’indifferenza, a non cedere all’omologazione e alla rassegnazione” (dal risvolto di copertina).

 

Alessandro Colombo – Il suicidio della pace

Raffaello Cortina Editore, 2025, pp. 334, € 25

Indispensabile per chiunque desideri decifrare il caos globale contemporaneo, “Il suicidio della pace” di Alessandro Colombo si basa su una tesi coraggiosa formulata con estremo rigore analitico: il collasso dell’ordine internazionale liberale non è stato un “omicidio” perpetrato da forze e nemici esterni, ma un vero e proprio “suicidio” generato dalle contraddizioni, dalle amnesie e dai doppi standard dell’Occidente stesso. Secondo l’Autore – professore di Relazioni internazionali nell’Università di Milano – i punti di svolta che hanno minato definitivamente la credibilità e la solidità del modello occidentale sono stati, a metà degli anni 2000, la decisione di attaccare l’Iraq e la successiva crisi finanziaria; da qui, il percorso di “de-occidentalizzazione” del mondo si è fatto irreversibile, assieme alla contestuale ascesa di nuove potenze, come la Cina, che si sono imposte sulla scena internazionale. Venuta meno l’illusione di un modello democratico universale, sembra che i rapporti tra stati siano regrediti a uno stadio “pre-giuridico”, con il pericoloso ritorno della mera forza come principio regolatore. Lo studio di Colombo, autorevole contributo capace di restituire quella complessità che viene sempre più trascurata nel dibattito politico, permette di far emergere la fragilità della pace e, nello stesso tempo, di stimolare la riflessione sulla non rinviabile necessità di imbastire un nuovo modello di relazioni internazionali, non più guidato da un’unica visione egemone.

 

Walimohammad Atai e Homaira Ebad – Il villaggio che uccideva i sogni

Multimage, 2025, pp. 110, € 15

Nel cuore pulsante dell’Afghanistan, a Lalpur, quattro casupole di fango in tutto, in mezzo a distese infinite di campi di oppio, due fratelli Omar e Sami, hanno un unico sogno: imparare a leggere e a scrivere, antidoto per preservare la propria umanità in un ambiente segnato da decenni di conflitti e ingiustizie dove l’oppressione spegne ogni speranza di vita normale. Ma non esistono né carta né penne nel villaggio che uccideva i sogni, dominato dai signori della guerra, dove i bambini sono soltanto manovalanza da sfruttare e mantenere nell’ignoranza. Dopo il fortuito ritrovamento del taccuino di uno straniero, i fratellini si riscattano grazie all’istruzione: imparano a scrivere da soli, di notte, con la sola luna come lampada, tracciando le lettere nella polvere e facendo così del villaggio un simbolo di resistenza. Pensato in particolare per giovani lettori, ma adatto a tutte le età, “Il villaggio che uccideva i sogni”, scritto a quattro mani da Walimohammad Atai e Homaira Ebad (giovani afghani che studiano e vivono in Italia) non è solo una cronaca di quotidiana sofferenza, ma un inno alla speranza e al coraggio, un viaggio che inizia con la sopraffazione ma conduce, attraverso una ribellione silenziosa e pacifica, a una luce diversa, e che dimostra come il desiderio di libertà sia più forte di ogni ostacolo e possa trasformare ambienti e persone: “Questa è la storia di un’umanità che, anche tra le rovine, sceglie di risorgere con la forza della conoscenza e dell’amore” (dalla quarta).

 

Antonio De Donno – La giusta direzione. Storia di un magistrato

Manni Editori, 2024, pp. 138, € 16

“Le battaglie che ci aspettano nel contrasto del crimine, specialmente di quello violento, non sono poche, e anche questa volta ognuno dovrà fare la propria parte, senza paure e senza remore: perché anche le battaglie apparentemente impossibili, se concorrono la necessaria determinazione ed il supporto di tutti i cittadini onesti, possono essere vinte”.

Testimonianza civile di straordinario valore, capace di intrecciare la memoria storica dell’Italia con le sfide quotidiane della giustizia nel Salento, “La giusta direzione” (edito da Manni) ripercorre l’esperienza umana e professionale di Antonio De Donno, attraverso le fasi cruciali della storia nazionale, dal caso Moro fino alla lotta contro la Sacra Corona Unita. Ma non si tratta di un mero resoconto dei risultati ottenuti nel corso della sua brillante carriera in prima linea. Quando scrive, infatti, De Donno, magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, posa codici e toga e impugna la penna per parlare ai cittadini, in particolare ai più giovani, indicando loro “la giusta direzione” da prendere per il “contrasto a ogni forma di violenza e sopraffazione, per l’affermazione di una società basata sui valori di solidarietà e sul senso di giustizia”. Perché i faldoni processuali non sono soltanto carte: dentro di loro pulsa l’umanità più varia, con la quale si incontrano e scontrano quotidianamente i magistrati e gli altri operatori della giustizia, chiamati a sciogliere in continuazione dilemmi etici, oltre che giuridici.  De Donno – con la sua prosa essenziale e asciutta – spoglia la magistratura dall’aura di “sacralità” per restituirle la sua funzione originaria, quella di essere un servizio per la comunità, coniugando il necessario rigore richiesto dal principio di legalità con il doveroso senso di umanità che non deve mai venir meno, neanche quando si ha a che fare coi peggiori criminali, nella ferma consapevolezza che la lotta alle mafie non si esaurisce nelle aule di tribunale ma passa soprattutto attraverso la cultura e la garanzia dei più elementari diritti sociali, in primis quello al lavoro.

 

Enrico Diciotti, Alessio Sardo, Vito Velluzzi – L’interpretazione giuridica. Teoria e tecnica

Carocci editore, 2025, pp. 420, € 39

Ogni giorno i giuristi, siano essi magistrati, avvocati, funzionari pubblici, hanno a che fare con delicate questioni interpretative, con riferimento a una disposizione da applicare, a una norma da scegliere o a una circolare – magari a sua volta interpretativa! – da interpretare. Non è azzardato sostenere che il diritto sia, in fondo, interpretazione, dal momento che, per “vivere” nel mondo giuridico, dev’essere interpretato. Nella frenesia delle professioni, però, spesso manca il tempo, e gli strumenti appresi sui banchi dell’università sono ormai un lontano ricordo. 

“L’interpretazione giuridica. Teoria e tecnica”, edito da Carocci per la collana Manuali, si propone di fornire le nozioni fondamentali sulle teorie e le tecniche interpretative, rivolgendosi sia agli studenti dei corsi di laurea magistrale o triennale sia ai giuristi già formati, ai quali magari mancano le occasioni per riflettere criticamente sulla pratica professionale quotidiana.

L’opera – in linea con la teoria analitica del diritto – è strutturata in due parti: la prima, curata da Enrico Diciotti, ordinario di filosofia del diritto a Siena, è dedicata alla teoria, in particolare al significato, ai metodi, ai risultati e ai limiti dell’interpretazione, cercando di chiarire i confini che intercorrono tra interpretazione di un testo normativo e creazione di nuove norme, mentre la seconda, a cura di Vito Velluzzi e Alessio Sardo, ordinari di filosofia del diritto rispettivamente alla Cattolica di Milano e a Genova, analizza nel dettaglio gli argomenti del ragionamento interpretativo (letterale, sistematico, teleologico) e le strategie per risolvere problemi di indeterminatezza, lacune e antinomie, soffermandosi infine sulla disciplina legale dell’interpretazione delle preleggi, in ambito penale, nei contratti e negli atti amministrativi. Un ampio capitolo è inoltre riservato allo studio dell’interpretazione costituzionale.

Il volume è dedicato al ricordo della prof.ssa Letizia Gianformaggio “con la consapevolezza che la sua critica, sempre severa e costruttiva, lo avrebbe reso sicuramente migliore”.

 

Il più bel romanzo del mondo. L’Odissea raccontata da Nicola Gardini

Garzanti, 2025, pp. 224, € 18

“L’Odissea rientra certamente nell’elenco delle opere, sia antiche sia moderne, che non smettono di influenzare la mia immaginazione, i miei affetti, le mie ambizioni, la mia scrittura”. Non nasconde il suo amore per “Il più bel romanzo del mondo”, Nicola Gardini, professore di letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. Saggio di critica letteraria di alta divulgazione, nella “sua” Odissea, è capace di fondere abilmente lo stile accademico e quello del narratore, offrendo un racconto appassionato e affascinante.

Gardini legge libro per libro il capolavoro omerico, offrendo al lettore la traduzione di numerosi passi e mostrando l’eroicità di Ulisse, capace di plasmare la realtà attraverso la ragione e la forza della parola. Temi universali come l’accoglienza, la migrazione, la guerra, la lealtà e l’introspezione trovano riferimenti diretti nell’oggi e nei numerosi rimandi intertestuali che compongono la fitta trama di richiami ai grandi autori classici.

“Già, come sopravvivere oggi alle aggressioni della storia? Ulisse ci provava a suo modo. E noi? Noi di quali Odissee possiamo dirci gli Ulissi?”.

 

Luca Golisano – Il silenzio-assenso delle pubbliche amministrazioni

FrancoAngeli, 2025, pp. 498, € 60

Cura efficace per l’inefficienza burocratica o mero palliativo che aggira il problema dell’amministrazione silente, anziché risolverlo?

“Il silenzio-assenso delle pubbliche amministrazioni” di Luca Golisano, pubblicato nella prestigiosa collana “Studi di Diritto Pubblico” di FrancoAngeli, rappresenta un contributo scientifico di altissimo profilo nel quale, in un contesto normativo multilivello, l’Autore offre una ricostruzione organica di uno degli istituti di semplificazione più complessi del diritto amministrativo, analizzandolo non solo nel momento della sua formazione ma anche nelle fasi che la precedono e la seguono. Particolarmente apprezzabile è il tentativo di Golisano, ben riuscito, di ricondurre a sistema nel quadro ordinamentale italiano un istituto la cui disciplina è disseminata in innumerevoli provvedimenti normativi, a partire dalla legge generale sul procedimento amministrativo fino a svariati decreti di settore, affrontando inoltre alcune problematiche come, ad esempio, la sua applicabilità in presenza di interessi sensibili e la tutela dei terzi controinteressati, alla luce degli orientamenti giurisprudenziali più recenti.

Luca Golisano è assegnista di ricerca presso la Sapienza Università di Roma ed è docente a contratto presso l’Università degli Studi dell’Aquila. È dottore di ricerca in Diritto e impresa e ha conseguito il Master interuniversitario di Diritto Amministrativo presso l’Università Luiss Guido Carli. È autore di diverse pubblicazioni in materia di diritto amministrativo.