Non si tratta solo di innovazione tecnologica; è soprattutto nel campo del controllo sociale, della sicurezza collettiva e delle attività predittive di polizia che l’impiego dell’intelligenza artificiale costituisce un terreno di confronto piuttosto delicato: in ballo vi sono l’utilizzo dei dati personali, il rischio di discriminazioni e le garanzie per i cittadini. Tuttavia, per quanto rappresenti una novità piuttosto recente, l’IA è solo l’ultimo passaggio di un percorso evolutivo delle strategie di controllo; una storia che parte da lontano, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso

Vincenzo Scalia – Università di Firenze

Uno spettro si aggira per il mondo, l’intelligenza artificiale. Dopo che se ne sono decantate le virtù in ogni modo possibile, sottolineandone le capacità di semplificazione e accelerazione dei processi produttivi, comunicativi, informativi, logistici, nonché la precisione sul versante militare, adesso si paventano, addirittura, le potenzialità distruttive dell’umanità che questo nuovo ritrovato della tecnologia recherebbe con sé. Malgrado gli investimenti operati per agevolarne lo sviluppo e la sua incalzante applicazione nella vita quotidiana, per non parlare delle speculazioni borsistiche e finanziarie che gravitano attorno alle compagnie impegnate, direttamente o indirettamente, nella progettazione, produzione e nello sviluppo dell’IA (o AI, se vogliamo utilizzare la sigla inglese).

Anche nel campo del controllo sociale, e, più specificamente, dei saperi di polizia, lo sviluppo dell’IA costituisce un terreno di confronto particolarmente importante, ancorché delicato. La raccolta dei dati biometrici, il loro utilizzo, la raccolta di informazioni relative ad individui e gruppi da controllare, il loro immagazzinamento, la loro elaborazione e il successivo eventuale utilizzo, rappresentano snodi cruciali del rapporto tra polizie e IA. In questo senso, si può affermare, senza tema di smentite, che il lavoro poliziale, sin dalla fine degli anni ’70, ha sviluppato, negli USA e in Inghilterra, un approccio predittivo che ha funto da battistrada per lo sviluppo di tecniche sofisticate di controllo sociale, nei confronti di certi individui e gruppi. Per capire questo passaggio, si rende necessario realizzare una breve genealogia, focalizzandosi sui vari ambiti in cui l’IA può operare.

Il primo contesto da prendere in esame riguarda l’utilizzo dei dati biometrici, a partire dal riconoscimento facciale. La pratica, che il governo in carica vorrebbe introdurre anche in Italia, da molti anni genera tra gli attivisti dei diritti umani più di una perplessità, in particolare se si guarda alla tutela della libertà fondamentali. La possibilità di entrare in possesso dei dati sensibili, come il DNA o le fattezze fisiche di un individuo, per poterle immagazzinare, apre degli scenari apocalittici, che fanno pensare a nuove, pervasive, profonde forme di controllo. Possedere il patrimonio genetico di milioni di persone può portare ad una manipolazione e tipificazione delle categorie criminali, permettendo, finalmente, di fabbricare i colpevoli su misura.

Senza contare il periodo in cui questi dati rimangono immagazzinati, la possibilità di venderli a soggetti privati, oppure, di converso, l’acquisizione di metadati, ovvero i dati sensibili di ogni singolo individuo acquistandoli dagli operatori di mercato sempre più diffusi e pervasivi. I pericoli si presentano sotto molteplici forme. L’avanzare incalzante dell’intelligenza artificiale, il suo procedere sulla base di modelli algoritmici che riproducono le forme predittive, rinforza la possibilità concreta che venga utilizzata per processare i dati biometrici, facendo pensare a nuove forme di etichettamento e di attenzionamento di certi individui e gruppi sociali. Migranti, rom, attivisti politici in primis, secondo un controllo più invasivo e meno percettibile.

Siamo di fronte ad una serie di preoccupazioni che rischiano di essere fondate nella misura in cui le…