La sicurezza è una delle parole più invocate del nostro tempo ma anche una delle più controverse. Dietro ogni richiesta di maggiore protezione si intrecciano paura, libertà, diritti e consenso politico. Nell'era dei social, della cybersicurezza e delle emergenze permanenti, c’è il rischio di trasformare questa insicurezza collettiva in una leva autoritaria di governo. Un viaggio tra i diversi paradigmi della sicurezza per capire quale modello possa davvero coniugare democrazia, legalità e tutela dei diritti
Thomas Casadei – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
La sicurezza in discussione
Interrogarsi sulla sicurezza significa, innanzitutto, cimentarsi con diversi ordini di esercizi: coglierne l’ambivalenza, comprenderne la complessità, individuarne la pluralità di significati e i referenti, nonché i paradigmi mediante i quali è stata e può essere concettualizzata. Significa, ancora, cimentarsi con le nuove sfide che la mettono in questione: tra queste spiccano, nel presente, quelle poste dagli ambienti digitali e dalle retoriche della paura che attraversano il discorso pubblico.
L’idea di sicurezza rimanda a una duplice valenza: rinvia a un’idea di certezza, istanza imprescindibile, finalità prima e fondamentale per il diritto, ma anche possibilità, incessantemente agognata, sebbene quasi sempre mancata, di essere realizzata compiutamente. Del resto, lo ha acutamente rilevato il giurista francese Alain Supiot, ogni sicurezza è costantemente messa in discussione.
Quanto alla sua complessa stratificazione, come è stato puntualmente osservato, il concetto di sicurezza si dipana lungo (almeno) tre diversi piani significanti che corrispondono a tre diverse modalità operative: l’essere sicuri, o l’essere al sicuro, implica certamente la modalità difensiva, ma anche la capacità di provvedere integralmente alle proprie esigenze e la possibilità di esprimere compiutamente le proprie specificità. La lingua inglese restituisce, dal canto suo, una differenziazione terminologica significativa: si parla di security, safety e certainty per indicare – rispettivamente – la “sicurezza esistenziale”, la “sicurezza personale” e la “sicurezza cognitiva”.
Se è sempre importante chiedersi “cos’è la sicurezza”, non bisogna mai dimenticare di chiedersi anche “sicurezza di cosa”, “sicurezza di chi” e, ancora, “sicurezza come”, ossia mediante quali strumenti e modalità: interrogativo, quest’ultimo, assai rilevante sul piano applicativo e delle politiche pubbliche, eppure non sempre debitamente approfondito nel dibattito scientifico e, men che meno, in quello politico-mediatico. Periodicamente, infatti, la sicurezza – e il suo nesso costitutivo con la paura – torna al centro non solo della discussione pubblica ma anche della produzione normativa: basti pensare, con riferimento al contesto italiano, ai ricorrenti provvedimenti rubricati come “pacchetto sicurezza”, dalla legge n. 94 del 15 luglio 2009 ai più recenti decreti-legge approvati, rispettivamente, il 4 aprile 2025 e il 5 febbraio 2026, espressione di quella che in dottrina è ormai denominata, da più parti, “decretazione securitaria”.
Paradigmi a confronto
Le modalità di configurare e interpretare gli aspetti richiamati delineano diversi paradigmi. In un importante saggio, Tommaso Greco ne ha individuati tre. Il primo, a tal punto influente da poter essere inteso come il paradigma “per eccellenza”, è quello hobbesiano, che può essere definito come “paradigma securitario”: poiché la ricerca della sicurezza è l’unica sostanziale ragione d’essere dello Stato, nessun altro scopo, nessun altro valore può giustificarne il sacrificio. In questo orizzonte il desiderio di sicurezza e la ragione come calcolo attivato dalla paura sono due attributi naturali dell’essere umano. È la «paura reciproca» – la paura dell’altro, della sua possibile prevaricazione, dell’incombente minaccia di morte violenta – che muove l’individuo a legarsi tramite contratto, assoggettandosi a un’autorità politica per porre…
