Dai podcast alle serie true crime, la narrazione semplificata dei media modella la nostra percezione del “male”, costruendo figure di “mostri” e “vittime ideali” e influenzando il giudizio collettivo prima ancora delle sentenze. In “Criminologia pop” Simone Tuzza, ricercatore all’Università di Bologna, analizza criticamente il processo di trasformazione del crimine, da fenomeno sociale complesso a mero oggetto di intrattenimento

di Michele Di Giorgio

Dott. Tuzza, partiamo dal titolo del suo libro, “Criminologia pop”: cosa intende?

Per “criminologia pop” intendo il modo in cui il crimine esce dall’ambito strettamente giudiziario o accademico e diventa racconto pubblico, immaginario condiviso, intrattenimento. Nel libro provo a mostrare proprio questo passaggio: il crimine non resta chiuso nelle aule di tribunale o nei manuali universitari, ma circola nei talk show, nei film, nelle serie, nei podcast, nei documentari, nei social, e lì prende una forma che incide profondamente sulla percezione collettiva.

 

In altre parole, la criminologia pop non coincide con la criminologia come disciplina scientifica, ma con il modo in cui la cultura popolare costruisce il nostro sguardo sul crimine.

Proprio così. È il punto in cui il pubblico si sente esperto di indagini perché ha visto CSI, o crede di conoscere la mente criminale perché ha consumato decine di docu-serie. Ed è qui che, a mio avviso, si gioca una partita decisiva: chi racconta il crimine contribuisce anche a definire chi deve fare paura o chi merita empatia e quali risposte sociali e politiche ci sembrano legittime.

 

Una volta entrato nel circuito mediatico, un fatto criminoso smette di essere solo un evento giudiziario e diventa un “prodotto culturale”: come intervengono i media per rendere una tragedia “appetibile” al grande pubblico?

I media intervengono trasformando il fatto in una storia. Lo frammentano in puntate, lo serializzano, gli assegnano personaggi riconoscibili, cercano un mistero, un conflitto, un colpo di scena, una figura su cui concentrare l’attenzione. Il caso, così, non viene più seguìto solo per capire che cosa sia accaduto, ma per vedere “come va a finire”. È una logica narrativa fortissima, che nel libro analizzo in rapporto alla TV del dolore, al true crime e più in generale a quella che potremmo chiamare serializzazione della tragedia. Una vicenda reale viene resa “appetibile” quando viene montata dentro codici che il pubblico riconosce subito; suspense, dettagli macabri, testimonianze emotive, esperti chiamati a interpretare ogni gesto, immagini ripetute fino a diventare icone. Il problema non è solo il cattivo gusto: in questo processo il crimine smette di essere un fatto complesso e diventa un racconto semplificato, emotivamente coinvolgente, perfetto per catturare attenzione, share e discussione pubblica, ma dove manca un’analisi del contesto, manca la sociologia che è il cuore pulsante della criminologia contemporanea.

 

In che modo la spettacolarizzazione di un caso giudiziario può influenzare non solo l’opinione pubblica ma l’andamento stesso delle indagini o la percezione della figura del colpevole prima ancora di una sentenza?

Il primo effetto è la costruzione anticipata della colpevolezza. Prima che arrivi una sentenza, spesso arriva un personaggio mediatico. Il “mostro”, il sospetto perfetto, il colpevole plausibile. A quel punto il processo simbolico ha già preso il sopravvento su quello giudiziario. Il pubblico non valuta più soltanto fatti e…