La vera potenza delle mafie non è il controllo economico, territoriale e politico. La loro forza più profonda, spesso meno osservata e osservabile dall'esterno, è la capacità di “educare”, trasmettere valori, modelli comportamentali, costruire identità e fornire contenimento emotivo. Ed è proprio la dimensione emotiva il “cuore pulsante” della pedagogia mafiosa, soprattutto in relazione ai più giovani, per i quali “il clan diventa famiglia, la protezione diventa dipendenza e il riconoscimento diventa identità”
Monia D’Addio
La leggenda sulla nascita della mafia narra che tre fratelli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, cavalieri spagnoli, vendicarono l’onore violato (e mai riparato) della sorella, uccidendo l’aggressore. A seguito di questo evento, in un lungo esilio a Favignana, elaborarono il codice d’onore che ha dato vita all’ideale di “uomo onorevole” tipico delle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo aver codificato il codice d’onore, Carcagnosso raggiunse la Campania e fondò la camorra, Mastrosso si recò in Calabria e creò la ’ndrangheta, mentre Osso si stabilì in Sicilia dove diede vita alla mafia. Questo racconto ha una funzione importantissima: dare agli affiliati un contenitore in cui trovare codice, storia, legami, regole, identità e autogiustificazione.
Il termine pedagogia deriva dal greco e significa “accompagnare i bambini”. Il codice d’onore nasce con questo scopo: educare e condurre pensieri, valori, vissuti emotivi e comportamenti. Possiamo quindi affermare che le mafie nascono con un intento pedagogico, quello di formare “persone” mafiose prima ancora che criminali mafiosi. Questa prospettiva è stata esplorata da studiosi come Michele Gagliardo, che descrive l’educazione mafiosa come un «sistema di socializzazione che produce soggettività funzionali all’organizzazione». Per capire come le mafie esercitino questo ruolo formativo, dobbiamo comprendere il modo in cui il pensiero e l’agire mafiosi si rigenerano costantemente. Il veleno principale delle mafie, in quanto fenomeni sociali e culturali, è prima di tutto la capacità di trasformare le credenze delle persone. Lo fanno attraverso tre canali principali: famiglia, comunità e rituali.
La famiglia come prima agenzia educativa mafiosa
La famiglia è il luogo in cui il pensiero mafioso prende forma molto prima che un bambino o una bambina possano comprenderne la portata. Non perché insegni “la mafia” necessariamente, ma perché trasmette, a volte senza consapevolezza esplicita, modelli relazionali, emotivi e simbolici che vanno a costituire la base su cui un clan trova terreno fertile. Dal punto di vista psicologico, la famiglia è il luogo in cui si formano i primi legami, le prime rappresentazioni di sé e del mondo, le prime categorie di “Sé” e “Non Sé”. La distinzione tra “Noi” e “Loro”, quindi, ci viene rappresentata innanzitutto quando iniziamo a distinguere l’Io dall’Altro, e successivamente non è solo sociale (chi appartiene e chi no) ma anche emotiva. In questo caso, “Noi” sono i legami, l’appartenenza, la protezione, la continuità, il contenimento; “Loro” sono gli “esterni”, lo Stato, la legge e la legalità. Il bambino cresce quindi in un contesto dove la mafia non è percepita, vissuta o spiegata come un fenomeno criminale, ma come norma delle pratiche quotidiane.
La comunità e i luoghi
Se la famiglia è il primo spazio di incontro con la cultura mafiosa, la comunità è il successivo, o comunque il più prossimale. I luoghi fisici – quartieri, piazze, bar, strade – possono essere considerati vere e proprie “aule” della pedagogia mafiosa. Rappresentano un ecosistema educativo che trasmette valori, modelli comportamentali, gerarchie e confini (fisici e simbolici). Vivere in un luogo “intriso di mafia” significa essere immersi in una…
