Da più di due anni il tema delle “baby gang” ha assunto una certa centralità a livello mediatico. Tanto allarme per un fenomeno ancora poco compreso nella sua complessità. Ecco i risultati dell’indagine di Transcrime e il parere di illustri esperti

Risse, aggressioni, furti in spazi pubblici, minacce, intimidazioni, violenze, atti di bullismo. E pure gesti di vandalismo. Episodi di microcriminalità compiuti da adolescenti contro coetanei (derubati, ad esempio, di portafogli, telefoni cellulari, collanine d’oro, monopattini, bici, zainetti o capi d’abbigliamento di marca), ma anche nei confronti di adulti (dai pestaggi di senzatetto alle rapine a danno di rider, alle botte ai capitreno perché scoperti senza biglietto). Fino al grave paradosso: nell’agosto scorso in una strada del centro storico di Verona due agenti della Polizia di Stato, liberi dal servizio, sono stati riconosciuti e aggrediti per vendetta da alcuni componenti di una cosiddetta “baby gang” (uno dei due poliziotti, ferito alla testa dal lancio di un sanpietrino, ha ricevuto una prognosi di 20 giorni).

Le cronache dei giornali parlano sempre più spesso di casi di ragazzini che, riunitisi in gruppo, adottano comportamenti fuori dalle regole, trasgressivi, illeciti, i quali denotano disagio o devianza giovanile con ripercussioni, talvolta, di ordine pubblico (come la maxirissa di giugno su una spiaggia del lago di Garda, repressa dalla Polizia di Stato in tenuta antisommossa).

Marco Scipolo

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