Pur essendo costantemente sotto osservazione, come un portiere di calcio, il poliziotto non perde mai la libertà di scegliere chi vuole essere: un cieco esecutore di direttive altrui o un custode della Costituzione e dei suoi valori. Soprattutto nei momenti più difficili. A spiegarcelo è Gianpaolo Trevisi, ex dirigente di Polizia e attualmente consigliere regionale in Veneto, che era in servizio a Genova nell’estate del 2001

Michele Turazza

A 25 anni dal G8, Trevisi attraversa le ferite ancora aperte di quei giorni ripercorrendo, seguìto da un misterioso ragazzo, la sua esperienza a Genova, comprese le drammatiche ore in cui si trovava in servizio all’esterno della scuola Diaz, sede del centro stampa del Social Forum. In “Faccia a faccia” (edito da People) Trevisi racconta il senso di tradimento provato dopo i fatti della Diaz e di Bolzaneto, un momento critico in cui ha rischiato di smarrire la propria identità e il senso di appartenenza al “Blu”.

Da quella crisi è nata però una nuova motivazione ancora più forte: trasformare l’errore in insegnamento, in un nuovo modo di essere “poliziotti”, che ha cercato di trasmettere ai suoi allievi nei tredici anni in cui è stato direttore della Scuola per agenti di Peschiera del Garda. Prendendo anche decisioni scomode, che lo hanno esposto a dure critiche, come la proiezione del film “Diaz”, per impedire che il tempo cancellasse la memoria di quelle assurde violenze ordinate e praticate da chi indegnamente indossa la divisa.

Dott. Trevisi, il sottotitolo del suo nuovo libro recita: “Genova 2001. Il poliziotto che potevo non essere”. Secondo la sua esperienza in polizia c’è sempre, per gli operatori, la possibilità di scegliere chi si “vuole” essere, soprattutto in situazioni delicate da gestire?

Molto spesso si devono prendere decisioni importanti in pochi istanti e in situazioni davvero complicate e anche pericolose per sé stessi o per gli altri, cercando di gestire la paura, che è naturale e che non deve mai diventare vigliaccheria, mentre molte persone ti guardano, pronte a giudicarti, per poi dire che è stato fatto troppo, oppure troppo poco. I poliziotti sono portieri di calcio e qualunque cosa facciano, ci sarà sempre qualcuno pronto a puntargli il dito contro; i poliziotti sono portieri di calcio che se anche fanno un super intervento, hanno fatto solo il loro dovere e che se prendono un goal impossibile da parare, si sarebbero comunque potuti tuffare qualche secondo prima. Nonostante tutto questo però, sempre e comunque, vi è la possibilità di scegliere chi si vuole essere e da che parte si vuole stare. In fondo, è proprio la libertà di scegliere, spesso difficile e coraggiosa, che ci distingue da coloro che agiscono senza avere la stessa libertà o senza pensare. È la libertà di scegliere che ci dà la possibilità di essere Stato.

Cos’hanno significato per lei quei quattro giorni a Genova, nel luglio di venticinque anni fa?

Hanno segnato la mia vita e non solo quella professionale. Dopo la perquisizione alla Diaz e, soprattutto, dopo essere venuto a conoscenza, a distanza di qualche tempo, di alcune notizie riguardanti la stessa operazione e la caserma di Bolzaneto, ci sono stati momenti in cui non trovavo più tutto il “Blu”, che di solito avevo addosso; dopo quelle notti, ci sono stati momenti in cui ho pensato di lasciare la Polizia, perché in qualche modo da lei ero stato tradito. Piano, piano, poi, ho ricominciato a riamarla anche più di prima e mi sono sentito…