Cosa si respira nell’aria del carcere che fa morire di disperazione detenuti e agenti di custodia? Possono bastare delle circolari per arrestare il dilagante fenomeno dei suicidi negli istituti di pena?

Nell’ultimo articolo uscito nel mese di settembre, abbiamo parlato diffusamente della tragedia dei suicidi nelle carceri italiane. Nel mese di agosto il numero dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, erano 58; alla fine di novembre, il numero è salito oltre gli 80. Le cose, evidentemente, non stanno andando per il verso giusto. Se poi pensiamo che oltre ai detenuti, è spaventoso anche il numero degli agenti di custodia che ogni anno si tolgono la vita, appare evidente che è il luogo stesso delle carceri italiane ad evocare fantasmi di orrore e di angoscia tali, da indurre le persone più fragili a mettere fine alla propria vita; questo accade indipendentemente se si trovino dentro come detenuti o agenti di Polizia.

Se il tasso dei suicidi in Italia è dello 0.60 per mille nella popolazione civile, esso sale all’1 per mille tra gli agenti di Polizia e all’1.30 per mille tra gli agenti di Polizia Penitenziaria. Le istituzioni e i comandi generalmente cercano di non diffondere il fatto imputandolo al peso di situazioni personali vissute; nessun accenno invece, all’aspetto psicologico, lavorativo e di adattamento ad un’ambiente spesso violento ed esasperato dove si è a contatto con suicidi, tentati suicidi dei detenuti, aggressioni o evasioni.

Vittorio Rizzo

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