È il più grande ceto medio del mondo, tra i 200 e i 500 milioni di persone. Una crescita impetuosa e rapida, accompagnata da quarant'anni di riforme; tuttavia, la classe media cinese si scopre oggi tra le più insicure: patrimonio immobiliare in calo, lavoro giovanile precario e welfare incompleto ne minano la fiducia proprio mentre Pechino le affida il rilancio dei consumi interni. Pur rappresentando la principale fonte di legittimazione del regime, è al contempo la sua incognita più delicata

Valeria Carmen Caputo

Una categoria contesa

La classe media cinese: una categoria continuamente invocata e, allo stesso tempo, soggetta alle definizioni più disparate. Per il marketing occidentale essa rappresenta il target di mercato che dovrebbe assorbire il lusso made in Europe. Per il Partito comunista la classe media non esiste nemmeno con questo nome: la formula ufficiale è “gruppo a reddito medio” (zhongdeng shouru qunti), espressione deliberatamente tecnica che evita di attribuire a un ceto una soggettività politica autonoma. Per i sociologi è un aggregato eterogeneo: funzionari, ingegneri, insegnanti, quadri di imprese statali, piccoli imprenditori. Le stime sulla sua consistenza oscillano, secondo la soglia adottata, tra i duecento e i cinquecento milioni di persone.

L’ancoraggio più solido per definire questa fetta di popolazione resta la distribuzione dei redditi pubblicata dall’Ufficio nazionale di statistica cinese (NBS). Nel 2025 il reddito disponibile pro capite nazionale è stato di 43.377 yuan, con una crescita reale del 5,0%. Il dato mediano, però, si ferma a 36.231 yuan, pari all’83,5% della media: distribuzione fortemente asimmetrica, tirata verso l’alto da una minoranza benestante. Ragionando per quinti di popolazione: il reddito annuo del quintile più povero è 10.150 yuan, 22.702 quello del quintile medio-basso, 35.536 l’intermedio, 55.586 il medio-alto, 103.778 il superiore.

Tradotto in valuta europea (un yuan valeva circa 0,12 euro nel gennaio 2026), il “ceto medio statistico”, ovvero il terzo quintile, vive con poco più di 350 euro al mese pro capite; ma anche il quintile medio-alto non arriva a 560 euro mensili. Nel maggio 2020, in una celebre conferenza stampa, l’allora premier Li Keqiang ricordò che circa 600 milioni di cinesi vivevano con un reddito mensile intorno ai mille yuan: cifra che fa da contrappeso di ogni discorso sulla nuova opulenza cinese.

Chi indica dati più rosei, lo fa partendo da criteri di rilevazione diversi. Le società di consulenza ragionano in termini di reddito familiare e capacità di spesa: con questa metrica la classe media supera i cinquecento milioni di individui. Il Boston Consulting Group, nel “China’s Future Consumer Report” del 2023, prevedeva 80 milioni di nuovi ingressi nelle classi medie e alte tra il 2022 e il 2030, fino a quasi il 40% della popolazione, con oltre il 70% dei nuovi entranti da città di terzo livello o inferiori. Adottando invece un criterio di sicurezza economica (con ciò intendendo casa non gravata da debito eccessivo, welfare adeguato, capacità di risparmio) il perimetro si restringe drasticamente. È in questa forbice che si consuma la crisi attuale.

L’ascesa: un secolo compresso in quarant’anni

La costruzione del ceto medio cinese è avvenuta in tempi relativamente rapidi. Dall’avvio delle riforme di Deng Xiaoping, nel 1978, la Banca mondiale stima che circa 800 milioni di persone siano uscite dalla povertà estrema. Nello stesso arco di tempo la popolazione urbana è passata da meno di un quinto del totale a 953,8 milioni di residenti su 1,4049 miliardi di abitanti a fine 2025, circa il 68%. Oltre 600 milioni di persone si sono spostate dalle campagne alle città senza produrre le mega bidonville che hanno accompagnato l’urbanizzazione di Mumbai o São Paulo: esito che molti analisti attribuiscono al controllo dei flussi esercitato dal registro anagrafico (hukou) e alla proprietà collettiva della terra rurale, su cui i migranti hanno potuto ripiegare nelle crisi.

La stessa traiettoria ascendente ha caratterizzato la crescita dei redditi: 15.632 yuan pro capite nel 2013, quasi triplicati fino ai 43.377 del 2025. Il PIL pro capite ha toccato 99.665 yuan (+5,1%), con un PIL complessivo di 140.188 miliardi di yuan e una crescita del 5,0%, in decelerazione trimestrale dal 5,4% al 4,5%.

Conta anche la composizione di quel reddito. Nel 2025 i salari hanno rappresentato il 56,6% del reddito disponibile pro capite, i redditi d’impresa il 16,7%, i trasferimenti pubblici il 18,6% e i redditi da patrimonio soltanto l’8,0%, cresciuti di un modesto 1,6%: un ceto medio che vive di lavoro e non di rendita, e dunque esposto a ogni rallentamento dell’occupazione. La spesa per consumi pro capite è…