Convinto della necessità di una riforma della pubblica sicurezza, intercettò i bisogni dei poliziotti e li aiutò a “mettersi in rete” supportando il movimento dei Carbonari in divisa. Il ricordo di un “vecchio” ispettore e sindacalista, vicino al direttore fin dai primi momenti delle sue battaglie: «Grazie a lui ponemmo le basi della riforma aprendo così un nuovo percorso democratico laddove la democrazia era inesistente»

di Orlando Botti

Ricordare l’intera opera di Franco Fedeli è un’impresa ardua ma è doveroso narrare alcune sue vicissitudini ripercorrendone le tappe principali. Prima di tutto bisogna ricordare che se la polizia italiana ha avuto una riforma lo dobbiamo principalmente a lui in quanto, prima dei sindacati unitari e dei partiti politici di sinistra, aveva scorto l’isolamento anticostituzionale dei poliziotti del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e il loro sfruttamento inumano. Il direttore aveva notato per primo che al lavoratore di polizia non veniva riconosciuto lo straordinario, non aveva il festivo, non aveva un orario di servizio prefissato e, avendo le stellette sulle spalline, era sottoposto incredibilmente al Codice penale militare. Altresì non poteva unirsi in matrimonio prima dei 28 anni d’età, era obbligato a presenziare alle messe nelle scuole di polizia e a pagarsi l’abbonamento a Polizia Moderna, la tradizionale rivista del Corpo.

Ma quando, in qualità di vicedirettore, guidava la redazione di Ordine pubblico, per primo aveva sentito su di sé una responsabilità maggiore: aveva iniziato a ricevere numerose lettere dei poliziotti che denunciavano tali mancanze unitamente all’obbligo di esercitare lavori “non consoni” a un operatore della sicurezza nazionale. Riceveva lettere in cui si indicavano poliziotti sottratti al servizio per andare nelle case dei prefetti, dei questori e di vari comandanti di reparto, per fare dei lavori di manovalanza spicciola oppure di muratura e pulizie nei loro appartamenti. Ma le lettere più rilevanti erano quelle dello sfruttamento in ordine pubblico, ove si veniva impiegati per ore e ore, addirittura saltando i pasti.

Su quest’ultimo punto, vale un mio ricordo personale che avevo peraltro segnalato a Fedeli in una delle prime lettere inviate: eravamo stati impiegati in…