La Riforma della Pubblica Sicurezza è arrivata tardi. Ma è stata colpa dei politici e dei sindacati?

Antonio Mazzei

«Nel contesto italiano, sull’argomento sindacato-Polizia, si sconta infatti un ritardo di matrice duplice: la libertà sindacale per i poliziotti è arrivata molto tardi (e con molti limiti) e la storiografia italiana se ne è occupata poco o affatto».
Questo passo è tratto da “Per una polizia nuova”, un volume scritto nel 2019 da un giovane ed attento ricercatore, Michele Di Giorgio, il quale, con dovizia di documentazione ed interviste ad alcuni dei protagonisti, ha ripercorso le vicende salienti – dal 1969 al 1981 – del movimento per la Riforma della Pubblica Sicurezza.
L’affermazione di Di Giorgio pone due domande: per colpa di chi la libertà sindacale in Polizia è arrivata molto tardi? E per quale motivo la storiografia italiana se ne è occupata poco?
Nel suo lavoro, Di Giorgio attribuisce le ragioni dello scarso interesse della nostra storiografia nei confronti delle Forze dell’Ordine alla «chiusura delle istituzioni oggetto di studio» e ad una «ritrosia preconcetta nei confronti del tema da parte degli studiosi». Queste due ragioni sono innanzitutto il prodotto di una tradizione che risale al 1861, anno in cui l’Italia appena unita ospitava due mondi distinti: quello di chi indossava una uniforme (soldati e poliziotti) e quello di chi non la indossava (tutti gli altri). Questi due mondi né dialogavano fra di loro (se non costretti), né volevano conoscersi, a tal punto che al vocabolo “uniforme” si preferiva quello di “divisa”, proprio perché meglio rappresentava la separazione non solo di un corpo da un altro (i militari dell’Esercito da quelli della Marina, quelli dell’Arma dei Carabinieri da quelli della Guardia di Finanza), ma pure dai civili in abiti borghesi.
Il disinteresse di questi ultimi ben si poteva tradurre in un’affermazione, attribuita a Giovanni Giolitti, sulle Forze Armate, definite «il ricettacolo dei figli di famiglia più stupidi, dei quali non si sa cosa fare» e da un certo disprezzo che proveniva pure dall’interno degli stessi apparati. Ad esempio, nel volume Ricordi di Questura che il questore a riposo Federico Giorio pubblicò nel 1882 per la Tipografia Artistica di Milano, si affermava che la Polizia italiana era composta da «un pandemonio di elementi mal combinati» e da pochi laureati appartenenti «allo stuolo infinito degli spostati e alla più classica nullità». La conseguenza era che nessuno stimava «quest’ibrida istituzione» alla quale veniva affidata «la vita, le sostanze, l’onore dei cittadini».

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