Quando un qualsiasi episodio simile a quello di Rogoredo balza ai disonori delle cronache le amministrazioni delle Forze di polizia promettono severità e rigore nel colpire i colpevoli. Non mancano “azzardi” comunicativi da parte dei Vertici, come dichiarare che il rinvio a giudizio per chi indossa una divisa coincide con la colpevolezza, oppure promettono di togliere la divisa nel momento in cui un carabiniere, un poliziotto o un finanziere venga indagato.

Il desiderio, legittimo, di distinguere chi sbaglia da tutti gli altri e di tutelare l’immagine del Corpo sembra far dimenticare che il comma 2 dell’art 27 della Costituzione vale per il peggiore dei delinquenti ma anche per la peggiore delle persone in divisa. Anche perché in questo modo si torna sempre alla spiegazione delle c.d. mele marce, come avvenne nel caso della Caserma Levante dei Carabinieri di Piacenza.

Una lettura che, però, stona con la gravità degli accadimenti e con il fatto che certi comportamenti fossero reiterati nel tempo. Normale che qualcuno si faccia alcune domande. Possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla? I colleghi di lavoro non hanno mai denunciato ai superiori le forzature operative? I comportamenti, anche solo “anomali”, non sono mai venuti alle orecchie dei superiori gerarchici? Possibile che sia stata tollerata una inaccettabile disinvoltura nelle modalità di eseguire il servizio? Possibile che personale con posizioni gerarchiche di base potesse avere un ruolo così rilevante nelle attività operative?

Se a domande del genere non si danno riposte che vanno al di là della spiegazione delle mele marce si alimentano i peggiori dubbi. Chi conosce poco la realtà delle Forze di polizia, tende a dargli una spiegazione ideologica che tira in ballo retaggi di culture violente e nefaste ancora, secondo qualcuno, presenti nelle caserme italiane. Qualcun’altro può azzardare, addirittura, letture dietrologiche che vedrebbero gli apparati dello Stato infiltrati dalle forze oscure della reazione con finalità autoritario-securitarie. La realtà, come sempre, è ben più banale ma, purtroppo, anche meno semplice da affrontare.

Questi episodi e tanti altri (temo che in futuro accadranno ancora) sono anche frutto di una logica sbagliata di funzionamento delle Forze di polizia e non solo dell’operato delle solite mele marce. Quelle c’erano prima, ci sono oggi e ci saranno pure in futuro. Non è pensabile che organizzazioni di migliaia di persone siano, totalmente, immuni dal tributo al male o alla stupidità. Come diceva William Golding ne “Il Signore delle Mosche”: «l’uomo produce il male come le api producono il miele».

Il problema reale che emerge da quei terribili fatti è, come già detto, un problema di sistema che nasce, a mio avviso, trent’anni fa con il processo della c.d. “privatizzazione del pubblico impego” (D.Lgs. 29/1993, D.Lgs. 165/2001, Riforma Brunetta D.Lgs. 150/2009). Un processo meritorio nelle intenzioni ma, forse, un po’ meno nei risultati. Un processo che, formalmente, non ha toccato il personale militare e le Forze di polizia se non per la valutazione della “produttività”. Da questa dipendono i risultati che le Amministrazioni presentano ogni anno alla politica e all’opinione pubblica e, di conseguenza, le carriere dei dirigenti a tutti i livelli. Si tratta, in grandissima parte, di valutazioni c.d. statistiche che non guardano alla qualità del lavoro ma al conseguimento di numeri statistici annuali: numero di arresti, di denunce, di sequestri, di confische. Conta più il numero che la qualità perché si sia “produttivi”. Per inciso, un Reparto che ha fatto cento arresti per droga in un anno perché sia efficiente l’anno successivo ne deve fare, almeno, altri cento (se non di più). Se succede questo il Dirigente del Reparto ha fatto bene il suo lavoro e può sperare in promozioni e trasferimenti graditi; diversamente rimane al palo. Per questo la pressione sul raggiungimento dei numeri è elevata da parte del Vertice su tutta la linea di comando. Questa logica, perversa, determina che nei Reparti operativi spesso i Dirigenti diano più spazio e (qualche volta) carta bianca a quelli tra i sottoposti che sono più disposti ad essere meno ligi alle regole o alle giuste procedure, per ottenere appunto i famigerati numeri. Ovviamente il personale a cui si dà spazio e, appunto, carta bianca tende a ritenersi al di sopra di tutto e tutti e, più facilmente, inciampa in comportamenti anomali, se non proprio illeciti.

Il tema non sono le mele marce da estirpare ma un sistema da cambiare. Quanti avranno il coraggio di ammetterlo o anche solo di discuterne invece di parlare di fantasiosi, ma inesistenti, scudi penali e di “delinquenti ex poliziotti”?

Davide Lanfranco – Segreteria Regionale SILF Lazio