Continua l’attesa per la decisione della Corte d’Appello dell’Aquila: il caso, diventato ampiamente mediatico, può rappresentare la punta di un iceberg di un fenomeno più ampio e culturale, di cui abbiamo ricerche approfondite, ma senza un valido monitoraggio dati

di Laura Ghiandoni

La vicenda della famiglia nel bosco continua a dividere l’opinione pubblica. Nathan Trevallion e Catherine Birmingham avevano scelto di vivere isolati con i tre figli nella natura di Palmoli, in provincia di Chieti (Abruzzo), per condurre una vita neo-rurale, lontana dalla società.

Circa un mese fa il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale, dopo che la coppia anglo-australiana si era dimostrata poco collaborativa con gli assistenti sociali e inadempiente nell’educazione dei minori. In particolare, i bambini non sarebbero in grado di leggere e scrivere al pari dei coetanei. A novembre i tre figli sono stati trasferiti in una casa famiglia a Vasto, con possibilità di incontri con la madre.

Il caso, che tiene con il fiato sospeso mezza Italia, ha mobilitato anche personaggi pubblici come Flavio Briatore, il quale ha offerto un sostegno economico. Il 16 dicembre, nonostante i segnali di maggiore collaborazione dei genitori, la Corte d’Appello dell’Aquila ha rinviato la decisione sul ricorso: la pronuncia definitiva è attesa entro il 27 gennaio 2026.

Mentre l’Italia si prepara a celebrare per Natale la “sacra famiglia”, il nucleo che richiama la vita semplice e antica del presepe appare minacciato. E resta aperta una domanda più ampia: quante altre storie simili si nascondono nel sottobosco sociale? E cosa ci dicono i dati?

Nel giugno 2022 la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori, nata durante il governo Conte II nel 2020, prima di essere sciolta, evidenziava già il problema dell’assenza di raccolta dati per misurare il fenomeno.

Nell’ultima riunione, Maria Teresa Bellucci (Fratelli d’Italia), secondo la trascrizione, disse: «Sembra incredibile che non si possa avere una relazione annuale sul monitoraggio e lo stato dei minori più fragili, quelli che sono stati allontanati dai genitori» accusando la mancata collaborazione del Ministero di Giustizia nel reperire le informazioni. Oggi, dopo tre anni, non risultano migliorie.

Diverse sono le evidenze di un sottobosco tragico di storie di cui si ode solo il silenzio. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte condannato l’Italia: nel 2009 con il caso Todorova, nel 2014 con il caso Zhou, 2016 con il caso Akinnibosun. Nel 2021 l’Italia ha perso un ricorso presso la CEDU in quanto ha privato una madre vittima di tratta del diritto alla genitorialità.

La Riforma Cartabia nel 2022 è intervenuta tutelando in diversi modi il legame genitore-figlio. Nonostante i passi compiuti, la strada per la tutela di tutti i diritti di bambini e genitori sembra essere ancora lunga.

La ricerca già nel 2016 evidenziava alcune lacune nella struttura del sistema. L’articolo intitolato “Affidamento di minori stranieri in Italia: una pratica interculturale o neo-assimilazionista?” pubblicato nella rivista International Journal of Law, Policy and The Family indica alcuni studi – tra cui quello di Portes e Rumbaut del 2001 – che hanno approfondito i casi emersi nel corso dei decenni con attenzione a come le pratiche genitoriali di cultura diversa possano generare fraintendimento nel caso in cui il contesto è di altra cultura, nonché di come esista un rischio di sbagliata diagnosi sul fronte della valutazione psicologica in ambito interculturale.

Il fatto che la famiglia nel bosco non sia italiana, sia di nazionalità australiana e britannica, l’home schooling come pratica educativa che esula lo stile convenzionale italiano, la padronanza della lingua inferiore allo standard, l’abbigliamento neo-rurale, il contesto che rende i genitori una coppia di migranti a tutti gli effetti, secondo la ricerca potrebbe aver influito nelle decisioni dei referenti istituzionali. Soprattutto se il professionista incaricato non è formato sul fronte culturale, e se gli usi e costumi vengono interpretati secondo quelli della cultura dominante o ospitante.

E se il caso della famiglia anglo australiana nel bosco ha ricevuto grande attenzione mediatica e un vasto supporto da parte di politici, personaggi e da parte dell’opinione pubblica, d’altra parte casi simili emersi in passato non hanno suscitato la stessa indignazione.

Nel 2010 Carlotta Saletti Salza, professoressa di antropologia culturale dell’Università degli Studi di Verona, ha pubblicato il volume “Dalla tutela al genocidio?” Andando a ripercorrere le pratiche dei Tribunali dei Minori in relazione alle famiglie rom e sinti separate tra il 1985 e il 2005. I dati mostrano che la proporzione in tema adozione è stata del 1700%, cioè le separazioni sono avvenute 17 volte in numero superiore rispetto alla media degli altri bambini. A quanto pare, la cultura, l’etnia, gli usi e i costumi, la religione, potrebbero rappresentare un nodo centrale nell’ambito delle adozioni, la cui rilevanza è sottostimata.

In alcune aree geografiche però l’approccio si è strutturato. A livello normativo, la Regione Piemonte si è espressa sul tema cultura in ambito adozioni quando nel 2010. con una delibera, ha inserito nella legge 184 del 1983 alcune indicazioni operative per gli assistenti sociali, al fine di evitare possibili fraintendimenti culturali, di cui la ricerca ha già più volte portato evidenza.

Nel documento è inserito che nella valutazione è necessario considerare il «modello educativo antropologico culturale anche in riferimento alla cultura di appartenenza» per rilevare se le due figure siano idonee a svolgere il ruolo genitoriale. Il caso piemontese sembra però essere un unicum e non sembra aver trainato il resto del Paese verso uno sguardo più attento agli usi e costumi altrui.

Per affrontare il tema degli allontanamenti e degli affidi, a fine novembre si è svolto alla Caserma Operativa “Cernaia” di Torino il convegno dal titolo “Nel nome dei bambini. L’Arma, le Istituzioni e la difesa della famiglia”. Salvatore Salerno, presidente di Famiglie per i Bambini Piemonte, che ha organizzato l’evento, ha dichiarato: «In Italia troppi bambini vengono allontanati dalle loro famiglie senza aver prima esplorato tutte le possibilità. Il caso Palmoli scuote l’opinione pubblica, ma il problema è più profondo: un sistema che allontana troppo, controlla poco e rende invisibili migliaia di minori» e anche lui ha considerato il sommerso: «Il bosco fa notizia, il resto scivola nel silenzio».

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