A qualche lettore sembrerà azzardato ma sta diventando sempre più difficile scegliersi un tema su cui riflettere e magari dire la propria; se non altro perché, tanto nel contesto internazionale quanto in politica interna, c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Ironia a parte, se devo fare uno scatto, un fermo immagine che riesca a immortalare quest’estate di primo quarto di secolo, non posso non soffermarmi sulla vicenda riguardante la Relatrice speciale Onu per la Palestina, Francesca Albanese.
Una vicenda, voglio subito precisarlo, che ritengo assurda, perché va ben oltre i gravi attacchi “personali” mossi contro la funzionaria italiana e il suo prezioso lavoro: le sanzioni proposte ai suoi danni rappresentano l’ennesimo, sfacciato, affronto alla giustizia internazionale. Affronto che si aggiunge ad altre provocazioni, come ad esempio la “proposta” di Netanyahu di candidare il Tycoon al Premio Nobel per la Pace… piccoli “colpi di scena”, a cui ci stiamo tristemente abituando.
Mentre i premier statunitense e israeliano si scambiano le cortesie, si arriva a definire “errore tecnico” l’uccisione di sei bambini palestinesi in fila per l’acqua. Denunciare “oggettivamente” il massacro a Gaza, o le violente occupazioni in Cisgiordania, dunque, sta diventando un problema: se non può farlo Francesca Albanese per conto dell’Onu, mi chiedo allora chi è più legittimato a farlo…
In Italia, una levata di scudi in sua difesa c’è stata. Anche se, proprio sul fronte mediatico, è ben noto lo sforzo di alcune testate di minimizzare certe posizioni “critiche” in politica estera; un esempio su tutti, il direttore de Il GiornaleFeltri che, in risposta a un lettore, lo scorso 12 luglio, ha elogiato così le doti di mediatore di Donald Trump: «l’unico ad avvicinare i poli opposti senza trasformarsi in un pupazzo dell’Onu o in un araldo della guerra umanitaria».
Voglio concludere citando un grande (e poco celebrato) diplomatico italiano, Enrico Calamai, classe 1945, che nel 1977 salvò centinaia di perseguitati politici dallo spietato regime di Videla: «da ex funzionario che ha trascorso trent’anni nello Stato italiano, non posso non evidenziare la pericolosità degli atti e delle affermazioni di Rubio, vale a dire dell’Amministrazione statunitense» ha commentato su Il Manifesto lo scorso 11 luglio. In ballo non c’è solo la posizione di Francesca Albanese ma, riprendendo Calamai, «la sopravvivenza dell’unica realtà sovranazionale attualmente in grado di difendere il diritto internazionale, la pace e i diritti umani: le Nazioni Unite. Siamo di fronte ad una battaglia di civiltà, cui non possiamo abdicare. L’alternativa è la legge della giungla».
Un monito importante, che non lascerei inascoltato. Buona lettura.
Il Direttore
Ugo Rodorigo
