Fedeli si chiedeva: «Perché dividere poliziotti e cittadini?» La risposta era molto semplice: perché il potere se ne potesse servire liberamente. Il processo di riforma della polizia visto attraverso la lente di un sociologo che non ha mai fatto mancare il suo impegno al fianco di Fedeli per spezzare la barriera che separava cittadini e lavoratori in divisa
di Fabrizio Battistelli
Ci volle del coraggio, nell’Italia degli anni Settanta, per prendere di petto un’istituzione separata e monumentale come la Pubblica Sicurezza. Ora si fa presto a banalizzare, bisogna esserci stati o consultare i giornali dell’epoca, per sapere che cosa era non soltanto il ministero dell’Interno (una vera e propria roccaforte della conservazione) ma la pubblica amministrazione in generale, controllata da dirigenti e da quadri nati e socializzati negli anni Venti e Trenta. Ma anche le scuole erano istituzioni all’antica e le imprese non erano diverse, con la sola differenza che ordini e punizioni erano di natura economica. La sensibilità per le esigenze dei giovani era rara e la disponibilità al rinnovamento era inesistente e chi la sosteneva veniva osteggiato in tutti i modi possibili.
Franco Fedeli ebbe il coraggio di affrontare il rinnovamento della polizia. Partigiano (sulla scrivania teneva la tessera di Giustizia e Libertà rilasciata nel 1945), come giornalista non esitò a iniziare una battaglia, questa volta basata sulle idee, ma egualmente difficile. Da direttore della rivista Ordine pubblico (un bollettino ultramoderato che egli che trasformò in una rivista di tendenza) iniziò a perorare la democratizzazione delle Forze dell’ordine; un “vasto programma” che implicava la sindacalizzazione dei poliziotti, la smilitarizzazione del Corpo e l’ingresso delle donne, praticamente tre drappi rossi sventolati davanti agli occhi per i capi e i politici dell’epoca. L’obiettivo era ambizioso, le resistenze enormi. Ma Fedeli era uno tosto. Mantenendo sempre la calma, con un sorriso che trasmetteva empatia, scioglieva i dubbi, cercava il punto d’incontro, trovava le soluzioni. Restando, sempre, irremovibile nel perseguimento del programma che aveva in mente.
Fu un’esperienza bella e istruttiva, per noi giovani ricercatori del Gruppo di sociologia militare costituitosi presso l’Istituto di sociologia dell’Università di Roma, partecipare a quella campagna per i diritti dei lavoratori in divisa, contribuire con le nostre analisi all’ingresso della…
