Tra ricordi d’infanzia e l’amarezza per la situazione attuale, Sahar, esule afghana in Italia, ha scelto di condividere la sua esperienza e le sue riflessioni. Perché l’Afghanistan e in particolare le donne afghane, non cadano nell’oblio e per fare in modo che la comunità internazionale rifiuti di riconoscere i talebani

    «Grazie, sono contenta di avere l’opportunità di raccontare la mia esperienza». Con un dolce sorriso che arriva in tutta la sua autenticità Sahar comincia l’intervista per Polizia e Democrazia. Collegata via Skype da una città del centro Italia, in cui studia, Sahar alterna l’italiano (che pure parla e comprende bene) con un impeccabile inglese. Digita il nome al pc quando le chiedo il significato in italiano. Alba è la traduzione. Almeno, vista la situazione, un nome di buon auspicio. Ovviamente non può fornire, per ragioni di sicurezza per la famiglia che è rimasta in Afghanistan, le sue vere generalità.
    «Sono arrivata in Italia nel marzo del 2021 per un Master. Sarei dovuta rientrare nell’autunno dello stesso anno, esattamente quando la situazione nel mio Paese è precipitata. E ho deciso di restare in Italia. Sinceramente non mi aspettavo che i talebani riprendessero il potere, almeno non così velocemente e non in maniera così totale. Ormai ho fatto domanda di asilo politico».
    I contatti con la patria di origine Sahar li tiene, grazie alla tecnologia. «Sento tutti i giorni la mia famiglia e in particolare mia mamma. Inoltre ho parlato con le mie colleghe a Kabul e mi raccontano che la situazione, già molto brutta e pericolosa, sta peggiorando. Lavoravo per una clinica dentistica e anche se le donne possono continuare a lavorare, sono sottoposte a limitazioni e divieti di ogni tipo. Ad esempio devono essere vestite col velo secondo l’interpretazione dei talebani, non possono mangiare assieme ai colleghi uomini e devono entrare da ingressi separati. Comunque malgrado i problemi di connessione sento sempre mia sorella e mia mamma».

     Gianni Verdoliva

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