C’è una netta differenza tra pacifismo e nonviolenza. A spiegarlo è l’attivista e giornalista Mao Valpiana, presidente nazionale del Movimento Nonviolento: «Se vogliamo davvero evitare la prossima terza guerra mondiale dobbiamo combattere il militarismo in casa nostra, tagliare le spese militari, non pagare per le missioni belliche all’estero, fare obiezione di coscienza»
Valpiana, entriamo subito nel vivo della questione: ci sono differenze tra pacifismo e nonviolenza?
Sì, certo. C’è la stessa differenza che esiste tra chi ha paura di morire e chi ha paura di uccidere: volere la pace (nel senso di voler essere lasciati in pace) o cercare la pace (nel senso di costruirla insieme agli altri). Il dibattito non è nuovo. Lo affrontarono già Gandhi, che distingueva tra nonviolenza del debole e nonviolenza del forte, e Aldo Capitini, che differenziava il “pacifismo relativo” dal “pacifismo integrale”. Un certo pacifismo, che si limita a sventolare bandiere arcobaleno e a convocare marce periodiche, rituali, sempre uguali a sé stesse, è del tutto superato. La nonviolenza, invece, si impegna in un lavoro di ricerca sulle radici dei conflitti e di decostruzione delle dinamiche della violenza a tutti i livelli, operando tutti i giorni per il disarmo e per la costruzione di forme civili, non armate e nonviolente di difesa e di intervento. Il pacifismo reagisce ad una guerra (cioè agisce dopo), la nonviolenza previene la violenza (cioè agisce prima). Nell’ambito del più generale (e a volte generico) movimento per la pace, i nonviolenti rappresentano forse una minoranza, ma certamente sono molto attivi, propositivi, hanno una strategia unitaria e lavorano per rafforzare l’opzione nonviolenta. L’errore madornale in cui spesso cade il movimento per la pace, è quello di chiedere ad altri (ai Capi di stato, all’Europa, alla Nato – cioè ai responsabili primi) di fermare la guerra, di ritirare le truppe. È una dichiarazione di impotenza. Se vogliamo davvero evitare la prossima terza guerra mondiale dobbiamo da oggi combattere il militarismo in casa nostra, tagliare le spese militari, non pagare per le missioni belliche all’estero, fare obiezione di coscienza ad ogni manifestazione militare, contestare l’esercito. Il lavoro della nonviolenza è soprattutto preventivo.
Quali sono i principi a cui si ispira il Movimento Nonviolento?
Il principio fondamentale, che è anche il preambolo alla nostra Carta programmatica, è l’opposizione integrale alla guerra. Che non significa solo il ripudio della guerra, come dice la nostra Costituzione, ma il ripudio di tutti gli strumenti che la guerra rendono possibile, cioè le armi e gli eserciti. La guerra non è come un cataclisma naturale ineluttabile, un terremoto devastante che arriva all’improvviso. La guerra viene preparata, studiata, organizzata, finanziata, e dunque opporsi ad essa, significa opporsi, contrastare, obiettare a tutti quei meccanismi (soprattutto economici), a tutte quelle istituzioni (anche se “democratiche”), a tutti quei lavori (industria bellica) che fanno sì che la guerra diventi realtà. Il Movimento Nonviolento non pretende di esaurire in sé stesso la proposta della nonviolenza che, come diceva Gandhi, “è antica come le montagne”, ma la via italiana alla nonviolenza non…
di Michele Turazza
